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martedì 28 dicembre 2021

GESTI DIVINI E DANZE SCONOSCIUTE

 


“Senza paura, senza scopo, senza sforzo, 
dallo Spazio vuoto lascia sgorgare gesti divini e danze sconosciute”.
Tantra della Ruota dei Tempi.



Per noi occidentali è difficle comprenderlo, ma nello Yoga le mudrā, esattamente come gli  āsana e le sequenzenon dovrebbero essere eseguite volontariamente, ma "dovrebbero insorgere come un fiore che sboccia".
Sentire le mani che si muovono da sole, animate da una volontà altra, è stravagante: danzano e l'energia che le muove è la stessa che spinge un fiore a sbocciare, inaspettato, su uno scoglio. Le Mudrā, i gesti che le mani, e a volte la lingua o il corpo intero, assumono nelle danze e nelle posizioni, non possono essere imitati, devono insorgere, come il desiderio. - Si danza con la vagina - diceva Marta Graham. Non è elegante, ma rende bene l'idea. Jinpa ci disse che ognuna delle dita ha un suo significato, un carattere e una qualità diversi.
Come i cinque elementi.
In sanscrito la qualità di un cibo, un fiore, una persona è detta rasa. Si traduce con sapore, ma somiglia di più all'inglese mood. Anche l'essenza di un canto antico, di una danza d'amore o di un grido di guerra è rasa. Ed è rasa l'emozione che nasce, come per magia, da quel canto, quella danza, quel grido. Rasa è il senso dell'Acqua, il quarto dei cinque elementi che costituiscono la materia.
Si torna sempre a bomba, nello yoga. Idee, gesti, simboli ci riportano al miracolo della creazione e alla corrispondenza, sbalorditiva nella sua prevedibilità, tra grande e piccolo, tra microcosmo e macrocosmo. La nostra mano contiene l'universo intero. Il potere generante dell'Acqua si riconosce nel quarto dito. Lo chiamano anulare perché indossa la fede d'oro degli sposi. Il medio è il Fuoco, il mignolo è la Terra e l'indice l'AriaIl pollice, primo a dispiegarsi e ultimo a chiudersi nel pugno, è lo Spazio. Ogni elemento porta con sé un'energia, una percezione, una serie di organi del corpo.
Il potere dell'acqua è la generazione. L'Acqua è la memoria, e anche il sesso, e la lingua coi suoi cinque sapori.
Se rasa è il senso dell'Acqua, rūpa è quello di Agni, il Fuoco. Ha un nome segreto Agni. Nel ṛgveda lo chiamano Agre, movimento, lo dice Viśvāmitra, uno dei veggenti di Brahma:
-” Agre è il nome segreto di Agni. Così lo chiamano gli Dei. Vuol dire avanti, Agre. Quando ci muoviamo seguiamo Agni...” -
Ogni elemento è una divinità e ogni divinità ha un nome segreto che ne svela i poteri e ne indica la dimora.
Rupa, il senso del fuoco è lo spettacolo dell'esistenza, forma e colore. Risiede nell'occhio, porta della bellezza. Agre è invece la sua energia, quella che ci spinge verso la luce o l'oscurità. La sua dimora è nel piede.

L'odore della terra, essenza della materia, è chiamato gandha. Il profumo del narciso, che inebria Persefone, e la puzza di morte che la lega al regno sotterraneo di Ade sono entrambi gandha.

Sparśa è il respiro del vento sulla pelle, misura di dolore e piacere, ed è la mano che afferra e respinge.

Infine śabda, la vibrazione, madre dei sensi e degli elementi, che disegna l'orecchio ad immagine della spirale creativa, la forma dell'universo, e la gola e le corde che danno voce ai pensieri.

Tutto nell'universo è vibrazione, tutto è Om……il Do assoluto che genera i diversi toni della scala della creazione, Ham, Yam, Ram, Vam e Lam, i suoni dello Spazio, dell'Aria, del Fuoco, dell'Acqua, della Terra.
La loro eco si sente nelle dita, si avverte come un pizzicore, una puntura di spillo, un campo magnetico. Ham vibra nel pollice, Yam nell'indice e così via.
Intrecciandosi nelle mudrā, le dita creano forme ed energie sempre diverse. Ogni gesto è un canto antico, che evoca i bhūta, gli spiriti della natura, un canto a due voci: la prima, la mano destra, tiene il ritmo, l'altra improvvisa e tesse melodie senza tempo. Sono diverse, le due mani, per forma, abilità ed energia. Diverse e complementari. Alcuni affermano che la sinistra è la mano dell'artista e la destra quella dell'ingegnere. Oppure che l'una è femminile e l'altra maschile. Per lo yoga la cosa è un pochino più complessa e fa parte dell'insegnamento segreto.

Le tecniche operative, le “istruzioni per l'uso” di mudrāmantra e posizioni, vengono sussurrate dal maestro nell'orecchio del discepolo. Dicono sia difficile che un non iniziato possa padroneggiare le “energie sottili”.
Si può obbiettare che siamo fatti tutti di cuore, visceri e cervello, e che niente, dall'inizio dei tempi, è stato studiato, analizzato, catalogato quanto l'essere umano.
Se l'intrecciare le dita o l'emettere dei suoni generasse eventi non ordinari o miracolose trasformazioni fisiche e psichiche, i nostri scienziati l'avrebbero scoperto da tempo, a prescindere da riti e cerimonie iniziatiche, ma gli scienziati non sempre tengono conto del fatto che lo Yoga è un arte e il corpo il suo strumento.  

Chiunque abbia danzato, dipinto un quadro o curato una rosa sa che ci sono dei segreti del mestiere, dettagli minimi, a volte, che possono apparire banali a chi li conosce, ma senza i quali l'opera non può giungere a compimento.
Di solito solo l'artista o l'artigiano esperto possono svelarli. Qualche volta il maestro si nasconde nelle pagine di un libro. Non è così raro: per ogni attività umana esistono manuali, ricettari e cataloghi illustrati e se si è svegli e fortunati si possono imparare i trucchi di un'arte senza nemmeno andar per botteghe, a patto di saper già danzare, dipingere o parlare la lingua dei fiori.

Ogni Arte ha il proprio gergo. Quello dello Yoga è il sāṃdhyābhāṣā, la lingua del crepuscolo (in tibetano dgongs-pa'i ske che vuol dire, più o meno, “espressione della conoscenza spirituale attraverso la gola”), una specie di crittografia a chiavi variabili.

Nel sāṃdhyābhāṣā niente è come sembra. Ci sono delle chiavi, prefissate, legate ai nomi degli dei e ai numeri sacri (3, 5 e 9, per esempio). Parole, lettere, diagrammi e mudrā a seconda della prossimità con le chiavi o della posizione nella pagina, assumono significati ogni volta diversi. I libri che ne parlano, sono scritti nella “lingua del crepuscolo.

La sillaba , ad esempio, che si legge KA, può rappresentare Śiva (nel ruolo del signore del tempo Kāla), la sua sposa, Kālī, oppure Kāma dall'arco fatato o magari è il suono iniziale di un mantra. Intelligenza e abilità mnemonica servono a poco, bisogna tirare a indovinare: il sāṃdhyābhāṣā è la lingua dell'intuizione e l'intuizione è come la mela di Newton, casca quando è matura, inutile aggirarsi intorno all'albero con l'aria assorta.

Dietro i versi d'amore dei libri indiani e tibetani si nasconde spesso la descrizione di tecniche di concentrazione, di emissione vocale, di percezione delle energie sottili. Ricordo dei versi di Śaṅkara dove la voce di una donna crea onde di energia:

- “Tu, Dea, per la mente del re dei poeti risplendi come la luce del mattino sui fior di loto. Sei il sole di porpora per gli uomini di pace che invocano il tuo nome.
Come l'amplesso per gli amanti, le parole sapienti di Sarasvatī, donano ai devoti onde di piacere” -

Il sole, il loto, il Re dei poeti, la Dea, le onde di piacere stanno lì, di certo, per dirci qualcosa. Li possiamo assemblare, interpretare, anagrammare in mille modi diversi. Solo su Sarasvatī si potrebbe passare una settimana: è la dea dell'eloquenza, ma il suo nome, che significa “colei che scorre”, è anche quello di uno dei fiumi sacri e un popolo, un ordine monastico, una scala musicale, una pianta.
Ogni tentativo sarà inutile: come si può sperare che le stelle ci insegnino la strada senza sapere i venti, né governare il timone? Brillano per tutti, le stelle, ma parlano solo ai marinai.

IL SACRIFICIO DI SATI

 




"Il Sacrificio di Satī", tratto da "Le dieci Forme della Dea", libro in preparazione.

Dopo l’apparizione di Uṣā, Brahmā, il Demiurgo, aveva creato una moglie per il figlio Dakṣaprajāpati, Prasūti, e aveva affidato loro l’incarico di generare delle spose per gli dei, i guardiani delle direzioni e i saggi veggenti. Fu così che Kama si sposò con Rati, la Passione, Agni con Svāhā, l’Offerta, e Candra, la Luna, con le 27 stelle sorelle.
Il Cosmo aveva ormai assunto la forma che ci è oggi familiare, ma giaceva in se stesso, immobile e inutile come un vascello nel deserto. Per far girare le ruote della Vita bisognava che Śiva uscisse dalla sua Quiete perfetta, arrendendosi alla Legge del desiderio.
Ispirata da Brahmā, Prasūti pregò, insieme al marito, la Grande Madre dell’Universo, la implorò di scendere nel suo ventre in forma di donna, la supplicò di donare il cuore al Naṭarāja.
- “E sia!” - disse la Dea – “ma ricordate: niente e nessuno dovrà mai mancarmi di rispetto! Niente e nessuno dovrà dimenticare, anche un solo istante, che io sono la Madre, la Signora degli Universi!” –
Negli indefiniti universi paralleli dei Veda gli dei, al pari degli umani, nascono muoiono e si reincarnano. Come per gli umani anche per ciascuno di loro c’è un destino, scritto da tempo immemore, al quale non possono sottrarsi. Lo chiamano Lila, il gioco, un gioco sempre diverso eppure uguale a se stesso. All’alba di ogni ciclo cosmico Brahmā tenta di dar vita al suo perfetto mondo ideale, e, inevitabilmente, la Dea arriva a ricordargli la legge del caos e del desiderio.
All’alba di ogni ciclo cosmico la Madre si fa bambina e poi donna per sposare il Naṭarāja. È per questo che il dio del tridente viene chiamato Sāṃba Sadāśiva, colui che è da sempre in unione con la Madre. Fu per Śiva che Satī, figlia di Dakṣa e Prasūti, discese nel mondo degli dei portandogli in dono i suoi occhi, neri come la notte di Brahmā, il suo sorriso, luce di mille stelle, e il suo cuore, il cuore della Yogini. Passava il tempo a invocare l’amato, Satī. Gli dedicava i suoi canti, le sue danze, le mille e mille ghirlande che intrecciava invocando il suo nome.
Un giorno, lei era ancora una ragazzina, l’asceta divino discese dal Monte Kailāsa e si presentò nella dimora del re Dakṣa per chiedergli la mano della figlia. Dakṣa si adombrò. L’idea di abbandonare la più bella delle sue figlie, incarnazione della Grande Madre, tra le braccia di Śiva, l’impuro, non gli piaceva affatto. Non solo “era vecchio”, ma se ne andava in giro nudo, coperto solo da un perizoma di pelle di tigre. I capelli sporchi di cenere e arricciati lo rendevano simile a un demone, e pure gli occhi parevano quelli di un demone.
Ne aveva solo due a quel tempo, due occhi così duri e selvaggi da far abbassar lo sguardo persino a Indra, il re guerriero. Ma la Dea non volle sentir ragioni - era per Śiva che si era incarnata, per fargli vivere la gioia dell’incontro e il dolore della perdita – e niente e nessuno le avrebbe impedito di sposarlo.
Il giorno delle nozze le divinità arrivarono dai mondi degli indefiniti universi paralleli con i loro carri dai colori sgargianti. Dietro di loro centinaia di apsaras vestite di seta preziosa, adorne d’oro, zaffiri, smeraldi danzavano al suono delle tablas, dei bansuri, delle vīṇā, gli antichi liuti cari alla dea Sarasvatī. Mentre i Brahmāni intonavano inni di buon auspicio, soffiavano nelle sacre conchiglie, innalzavano al cielo il canto di gioia di cembali e campane che scintillavano al sole dell’inizio, una meravigliosa processione di uccelli dai mille colori, insetti, elefanti, tigri e leoni seguiva i due sposi.
Com’era bella Satī! I suoi capelli, mossi dal soffio gentile di Vāyu, dio del vento, parevano le onde scure dell’Oceano infinito, il bindu sulla fronte era la luce del tramonto, i seni, gonfi di vita, erano il sole e la luna. Tutti cercavano i suoi occhi, trionfo di dolcezza, ma i suoi sguardi erano solo per Śiva, l’impuro.
I miti indiani somigliano ai monsoni scuri di pioggia che seminano vita e distruzione insieme, e alle foreste, immense dove il fiore più bello e la serpe più letale fanno a gara a chi veste i colori più sgargianti. Non esistono il bene e il male, e bellezza, orrore, gioia, rabbia, disperazione entrano in scena così, senza preavviso, senza seguire altra legge o regola che non siano quelle del Caso e del Desiderio.
Quando il padre Brahmā, felice per le nozze, si avvicina ai due sposi divini, la bellezza di Satī gli entra nella carne come un ferro rovente. Tenta, il Demiurgo, di riprendere il dominio di sé, di resistere all’eccitazione, come già aveva fatto con la danza di Uṣā, ma è troppo tardi. Folle di gelosia Śiva afferra la spada e, senza dire una parola gli taglia di netto una delle cinque teste.
Per questo Brahmā ne ha solo quattro, adesso. Si dice siano i quattro libri dei Veda, e i quattro Yuga, le diverse ere del ciclo cosmico. La quinta testa invece, si dice fosse il Tantra, il seme dell’immortalità, che da quel giorno appartiene solo a Śiva, e alla sua Sposa.
Nelle favole, nelle leggende, nelle storie raccontate nelle notti d’estate, quando il fuoco dà vita alle ombre e ai sogni bambini, si nascondono, spesso, le voci dei maestri antichi e verità dimenticate tornano a far capolino tra le false certezze delle scienza e della sterile erudizione. C’è stato un tempo, forse, in cui Scienza, Arte e Religione (Brahmā, Śiva e Viṣṇu?) solcavano assieme l’oceano dell’esistenza. Conoscevano la danza delle stelle e il vario dispiegarsi dei venti e delle onde. E insegnavano agli uomini le secche, i vulcani sommersi e gli approdi sicuri. Poi, tutt’a un tratto le loro vie separarono e lo scrigno dell’Arte - o Alchimia, come la chiamarono da noi – fu sepolto tra le nevi dell’Himālaya, alle pendici arse dal sole di Aruṇācala e sulle rive del fiume Narmadā, il grande serpente azzurro che taglia l’India in due, dall’Alba al Tramonto, prima di tuffarsi nel Golfo d’Arabia.
Il Tantra, via del corpo e delle emozioni, venne nascosto agli occhi dei più. Forse, chissà, pensarono fosse inadatto alla nuova civiltà, un nuovo mondo creato dalla mente umana a sua immagine e somiglianza, con palazzi sontuosi, mura di pietra e armi d’acciaio. E fuochi sempre accesi per vincere la paura della notte e dell’abisso, nome con cui, negli incubi, chiamiamo la Natura.
Dopo che Śiva si fu placato i due sposi partirono alla volta del monte Kailāsa. Come succede per le giovani coppie di innamorati, i primi tempi fu tutto rose e fiori: Śiva e Satī passano il tempo a fare l'amore su giacigli di foglie e nubi sulla cime dell'Himālaya, nei boschi o sulle rive di fiumi dall'acqua cristallina. Poi, improvvisa, la tragedia.
Dakṣa chiese a Bhṛgu, il grande astrologo, di celebrare uno Yajña, il sacro rituale del fuoco, ed invitò alla cerimonia saggi, eroi, sovrani e principesse dell’Universo intero. Invitò i musici celesti, i Gandharva, e le Apsaras, le sacre danzatrici della terra del Nord. Dalla città di cristallo sulla vetta del Meru discesero Indra, dio del Fulmine e la sua consorte, Indrāṇī dalla lingua tagliente e arrivarono anche Yama, Puṣān, Mitra, Varuṇa. Dakṣa invitò tutti i figli di Brahmā e di Aditi, dea della Terra.
Anzi quasi tutti. Śiva no.
 - “Dorme e fa l'amore all'aperto” – disse Dakṣa – “preferisce bere in teschi umani che in bicchieri di cristallo, si fa dei gran Chilum di erba e Hashish e preferisce coprire il corpo, forte e villoso, con un perizoma di pelle di tigre, invece di indossare le vesti eleganti e preziose che gli competerebbero.... E' decisamente non presentabile” - 
 Dadichi, il maestro della Madhu Vidyā (l’arte dell’Immortalità) protestò
– “Oh Prajapati! non ti conviene offendere il Naṭarāja, e Satī poi…ricordati che è tua figlia” - ma Dakṣa non volle sentir ragioni - “Satī ha modi più urbani, ma sarebbe imbarazzante pregarla di venire senza il marito…Meglio non invitare nessuno dei due…tanto se ne stanno sempre nei boschi a rotolarsi per terra... non se ne accorgeranno nemmeno..."
Quando le arrivò la notizia del grande Yajña Satī non si preoccupò neppure per un istante del mancato invito. Era la figlia preferita, incarnazione della Madre degli Universi, le formalità, tra lei, i genitori e le sorelle, erano prive di senso. Śiva la implorò di non partire, ma la Dea, si sa ha la testa dura, e dopo qualche giorno, scortata da Nandi, il toro bianco, e da un gruppo di devoti, si presentò alla dimora del padre.
- “Come osi presentarti a casa mia senza essere invitata?” - gridò Dakṣa appena la vide - “Tu… Tu che dividi il letto con un senza Dio! Tu che hai disonorato il mio nome unendoti al ripugnante Signore dei cimiteri!” - 
Ma come? Non erano stati Dakṣa e Prasūti a implorare la Dea di incarnarsi nel corpo di Satī? Non erano stati loro a pregarla di sposare Śiva? Per noi, poi, abituati a pensare l’induismo come una religione, alla stregua del cristianesimo o dell’ebraismo, l’accusa, rivolta a Śiva, di essere “un senza Dio” suona stonata come una campana di latta: come fa un dio ad essere ateo? Che razza di strana eresia è mai questa? Si è già detto: le storie indiane vanno al di là delle nostre capacità di comprensione. Sono piene di incongruenze, colpi di scena, e cambi di prospettiva. Bene e male, bello e brutto, sacro e profano non sono categorie ontologiche, ma terre dai confini incerti, che mutano bandiera ad ogni refolo di vento. La nostra mente non è attrezzata per viaggiare nell’incertezza e nell’ignoto.
In un mondo fatto di oceani senza sponde che sgorgano, per incanto, da un infinito vuoto creativo, logica e coerenza sono strumenti inutili. Meglio, molto meglio arrendersi alle fiabe. Come quando, in estate, alla luce delle stelle la risacca fa danzare le parole, il vino scioglie il ricordo e l’anima può riaprirsi alla gioia dello stupore. È allora che Maghi, fate, angeli e indovini si fanno sotto, coi loro segreti dimenticati, le nostre promesse tradite, i sorrisi perduti.  Dobbiamo arrenderci, senza esitare, ché col sole dell’alba la fiaba, rena di sogno, scorre via dalle mani. Tronchi sbiancati e stracci da cucina allora ripiglieranno il loro posto: angeli e fate si sa volano solo negli sguardi bambini.
- “Che tu sia maledetto Dakṣa, figlio di Brahmā” - Satī si avvicinò al padre, furibonda - “Il tuo orgoglio ti ha reso cieco. Hai dunque dimenticato chi son io? Il mio sposo, Signore del Tempo, porterà la morte e la distruzione nel tuo regno” -
Solo adesso Dakṣa riconobbe la Dea. Si gettò in ginocchio, fronte a terra, la implorò di perdonarlo e si mise a cantare il nome di Śiva. Ma fu inutile. Satī gli occhi rovesciati all’indietro, si gettò nel fuoco del sacrificio, chiuse le ruote dei chakra e si lasciò morire. Il racconto si fa confuso adesso. Secondo alcuni, alla notizia della morte della sua sposa, Śiva gridò. Con gli occhi sbarrati e le mani strette a pugno, gridò la sua rabbia e il suo dolore. E il grido prese la forma di un guerriero, un gigante con le unghie e la testa di leone, Vīrabhadra.
Per altri i guerrieri mostruosi erano due, Vīrabhadra e Bhadrakālī, e sarebbero nati dai capelli arricciati del Naṭarāja.
Per altri ancora, al grido di Śiva, i fantasmi dei guerrieri antichi sorsero dalla terra, e marciarono al suo comando verso il regno di Dakṣa. Di certo si sa che la rabbia di Śiva piombò sul luogo della cerimonia, seminando morte e distruzione, come aveva predetto Satī.
I soldati di Dakṣa e Bhṛgu furono massacrati e gli invitati vennero pestati a sangue. Indra, re del tuono, venne sollevato come un fuscello, gettato a terra e calpestato.  A Yama, dio della morte, ruppero l’osso del collo. Candra fu preso a calci e a Puṣān, dio del Sole, Śiva fece ingoiare i denti a suon di sberle. Dakṣa fu decapitato e la sua testa assieme alla barba di Bhṛgu fu issata sugli stendardi dei Bhūtagaṇa, le schiere di demoni e fantasmi al servizio di Śiva.
Si racconta che al sorgere della luna, dalla terra ubriaca di sangue, emerse un’antilope. Forse si era nascosta trai cadaveri per sfuggire all’orrore, o forse, chissà, era una creatura di sogno. L’animale balzò dinanzi a Śiva, quasi a sfidarlo, aspettò che lui imbracciasse arco e frecce e fuggì via scomparendo come la nebbia d’agosto, dietro al cadavere della Sposa.
Il corpo di Satī era intatto: le fiamme, devote alla Dea, si erano inchinate alla sua bellezza, le braci accendevano il suo sguardo e i capelli danzavano col vento. Śiva si placò, di colpo. Cominciò a carezzare il volto dell’amata.
Le baciava gli occhi, la chiamava per nome - “Perché non mi parli? Sei arrabbiata con me? Che ti ho fatto anima mia? “-
È come quella di un bimbo la mente del dio: in un batter di ciglia passa dalla rabbia alla quiete, dalla gioia alla disperazione.
Il tempo non esiste.
E neppure la morte.
Non c’è nessuna differenza, per un dio, tra il sonno e la morte: gli occhi si arrendono all’oscurità nella certezza del primo sole dell’alba. Che sia un nuovo giorno o una nuova vita, poco importa. Tutto è già stato scritto sul libro della creazione: Satī “deve” morire, per rinascere come Parvatī, la Donna intera, la madre di Skanda e Gaṇeśa, la Signora delle creature. Fa parte del “Gioco”, ma qualcosa si spezza nel cuore e nella mente di Śiva.
Nell’oceano infinito della creazione, l’esistenza - di un dio, di un demone o di un uomo – è come l’onda del libeccio che all’improvviso si alza, corre ad abbracciar la terra e si ritrae, senza fretta. Poi si alza per rovesciarsi di nuovo. La risacca però si lascia dietro un sacco di cose, chi è vissuto al mare lo sa bene: mucchi di alghe, corde, ossa di pesce scolorite che sole e salmastro incollano agli scogli. Al tramonto si fanno facce, alberi o draghi antichi. Sembrano lì da sempre. Guai se ci si affeziona a quei guardiani scolpiti dal mare. Prima o poi arriva l’onda del libeccio e li strappa via. Resta solo lei, l’onda, che sbatte sullo scoglio e si ritrae, senza fretta. Poi si alza per rovesciarsi di nuovo.
I baci, i sorrisi, i gemiti di Satī si sono incollati alle ossa, alla carne, alle viscere del Naṭarāja. Śiva piange. Nessuno aveva mai visto le lacrime di un dio prima di allora. Prima infila la testa di un caprone, sgozzato dalla sua furia omicida, sul corpo di Dakṣa, restituendolo alla vita. Poi riaccende il fuoco del sacrificio, a fingere che niente sia accaduto. Infine abbraccia il corpo dell’amata, lo stringe forte, e comincia a vagare nello Spazio infinito.
Perché la Dea torni alla vita incarnandosi in Parvatī, bisogna che la carne di Satī torni alla terra, ma l’energia vitale di Śiva e il fuoco del suo desiderio, impediscono al cadavere di decomporsi. Per questo Viṣṇu, protettore dell’ordine e del ritmo universale, lo insegue e comincia a tagliare il corpo della Sposa. Folle di dolore il Naṭarāja nemmeno se ne accorge. Cinquantuno pezzi caddero sulla terra - in India, in Nepal, in Tibet, in Pakistan, in Sri Lanka - ed uno nel mondo di mezzo, al di là dell’atmosfera. È lì che furono costruiti i santuari della Dea, gli Śakti Pīṭha.  E Śiva si scoprì solo, nell’universo. E spaventato, come il cigno della Muṇḍāka Upaniṣad. Piano piano, una nuova consapevolezza si fece strada nella sua mente. La Dea era discesa nel corpo di Satī per donarsi al Naṭarāja e lui non era stato in grado di proteggerla. All’inizio la cosa più importante gli era parsa la propria sofferenza e ne aveva dato la colpa a Dakṣa, dimentico delle promesse fatte alla Dea, a līlā l’incomprensibile gioco della Creazione; addirittura alla sua Sposa - “Si è uccisa per orgoglio! Teneva più al rispetto degli altri che al nostro amore!” - Poi comprese. Nel Tantra l’unità fondamentale è la coppia. La Donna, Vuoto creativo, è Energia Pura, fiume che scorre, ora dolce ora impetuoso, per generare e distruggere. Lui, l’Uomo, è la Forma, gli argini che contengono l’acqua di vita e la accompagnano curvandosi in dolci spire se la corrente si fa troppo forte. Rifiutandosi di seguirla nella casa del padre, Śiva aveva lasciato Satī a se stessa, esponendola alle offese di quella famiglia, la società, alla quale non apparteneva più. Il suo cuore si fece di pietra. Non è una metafora. Prima il suo cuore, poi le ossa, la carne, la pelle si indurirono, e Śiva divenne una colonna di pietra e di ghiaccio, alta e imponente come il monte Meru.
Per centinaia, migliaia di anni, Śiva, immerso nel ricordo di Satī, dormì di un sonno simile alla morte. Niente e nessuno sembrava poterlo destare dalla sua meditazione perfetta. A nulla valsero le dolci parole di Viṣṇu, i canti dei Gandharva, le danze delle Ḍākinī, le meravigliose signore degli elementi. Il Naṭarāja era pietra e ghiaccio. Infine la Dea rinacque in forma di Parvatī, la figlia della montagna e la luce, gentile delle stelle, iniziò a filtrare nelle pareti di roccia. Una goccia d’argento entrò nel suo cuore, poi un’altra e un’altra ancora e poi le gocce salirono alla gola, divennero lacrime, dolci e acide insieme, come il frutto del gelso. E Śiva fu colto dalla nostalgia delle stelle.

TAPAS L'ARDORE

 



TAPAS, L’ARDORE



Se il sole ci mostra il mondo senza pudore, è con discrezione che i ricami oro e argento delle stelle ci portano fuori dalle tempeste, e addolciscono il vuoto angosciante della notte. Troppo caldo il sole per fartelo amico, neppure puoi guardarlo negli occhi. Con le stelle è diverso: godi della loro danza, sempre nuova, le saluti prima dell'alba, come un Romeo sorpreso dal canto dell'allodola, e dopo il tramonto le ritrovi lì, appese al cielo.
La meditazione non è altro che farsi spettatori di sé, guardarsi, come si guarda il campo scosso dal vento o l'onda che si spinge fino in cielo per abbracciar la Terra. Śiva, straziato dalla morte di Satī, immobile nel ghiaccio e nella pietra per centinaia, migliaia di anni non aveva fatto altro che “vedersi visto”, poi il suo cuore cominciò a nutrirsi della nostalgia delle stelle così come l'onda si nutre di quella della Terra. E il suo corpo si rammentò della danza della Vita, la “Sua” danza, così simile al girotondo, consolatorio, degli astri. Consolatorio, perché è vero che "Se le stelle apparissero una volta ogni cento anni l’uomo conserverebbe il ricordo della città di Dio", ma che angoscia sarebbe, notte dopo notte, annegare gli occhi nel vuoto! Il sorriso della luna piena parrebbe triste e il disciogliersi delle sue sorelle, puzzerebbe di morte, come il pesce vecchio.
Fu così che Śiva si arrese alle stelle. Fu così che il suo corpo si arrese alla gravità. L’immensa colonna cadde sulla terra, spezzandosi, nel fiume Narmadā e l’acqua, nel corso dei millenni, levigò i frammenti di roccia, arrotondò gli spigoli, e creò le pietre sacre conosciute come Śiva Lingam. Si racconta che proprio in quel giorno il Naṭarāja aprì il terzo occhio.
Può apparire strano, ma per gli indiani anche gli dei devono illuminarsi. Anche gli dei devono realizzare il proprio Sé. Śiva comprese la sua vera natura, che era danza, e bellezza. E capì che l’esistenza è un gioco cui non si può non partecipare.
Nello Yoga ogni canto, ogni gesto, ogni rito è rappresentazione, della Vita e dell'Essere. Si tratta di un’arte che, come la musica e la danza, si basa sulla comprensione di Tempo, Ritmo e Melodia. Il Tempo stabilisce la durata della "rappresentazione": ogni canto, gesto, rito hanno un inizio, una fine e una storia da narrare.
Il Ritmo rappresenta il numero dei singoli eventi: i gesti e le parole sono come amanti che si rincorrono, si abbracciano, si lasciano e si ritrovano.
La Melodia, infine, sono le emozioni che nascono dai gesti e dalle parole, e da cui gesti e parole insorgono. Senza emozioni non c’è Tantra, perché è solo dalle emozione che può nascere Tapas, l'Ardore.
Nell'Universo tutto è vibrazione. Anche Tempo, Ritmo, Melodia sono vibrazioni e se noi ne percepiamo la diversità dipende dal pensiero, dai sensi e dalle emozioni. Il fluire del tempo si percepisce con la mente, è un calcolo matematico, l'azione volontaria di chi segna il confine tra un prima e un dopo.
Il ritmo va sentito con il tatto, con la pelle, con la pancia. La melodia risuona nel cuore. Quando, nello Yoga, si assume una posizione o si recita un mantra si stabiliscono un inizio e una fine, per aprire e concludere il rito. È come per il teatro: si apre il sipario, attore e spettatore entrano in una dimensione altra, in uno "spazio", appunto, rituale. Quando il sipario si chiude c'è un attimo di silenzio, di vuoto, poi le emozioni si sciolgono in applausi, sorrisi e inchini.
I gesti, il respiro (che pure è un gesto!) l'alternarsi di tensione e rilassamento che riempiono il tempo del rito, sono il ritmo, la successione di eventi (krama in sanscrito) che scandisce il rito e lo racconta.
Le emozioni che nascono nel cuore sono la melodia. Emozioni che possono apparire diverse per ciascuno di noi, ma alla fine il rito tantrico porta sempre nello stesso luogo: la Città della Luce (Ra) e dello Stupore (La).
Per trasformare la pratica in Opera d'Arte lo yogin deve amalgamare Tempo-Ritmo-Melodia o meglio Pensiero-Sensazione-Emozione, con l'abilità di un alchimista. Senza Alchimia non c'è Arte. Il Tapas, l'Ardore, è il fuoco degli alchimisti, che arde l'Ego e lo dissolve.
Mi chiedo spesso se, chi pratica o dice di praticare lo Yoga abbia coscienza di cosa significhi dissolvere l'Ego. Un conto è dirlo, leggerlo e raccontarcelo, cosa diversa è osservare l'implacabile annichilirsi dei ricordi e dell'immaginazione. L'Ego si ciba di nostalgia, rancori e speranze: vuoi vivere nell'eterno presente? Vuoi cogliere l'attimo?
Bene! Sappi che non avrai più passato né futuro.
Assieme alla paura della morte svanirà il sapore del primo bacio e con le smorfie orrende di nemici immaginari spariranno sorrisi e sguardi fino a ieri eterni. Ne vale la pena? Se si pratica Yoga "veramente" prima o poi si affronta l'abisso, il deserto silenzioso che svuota il cuore. Il Tempo è il signore della morte: sconfiggi il Tempo e vivrai in eterno, il vuoto invece, non ha padroni. Ma se ci si arriva, al vuoto, "accade".
"Accade" punto.
Il cuore svuotato dai ricordi e dai sogni, svela se stesso, ed emozioni più antiche dell'uomo si fanno brace e scintille. Il fuoco sacrificale che ha divorato il piccolo io rinasce come Kāma, l'Antico dei Tempi. Śiva si arrende alle stelle e comprende che la sua natura è la Danza. Ma per il Tantra non si può danzare da soli.
- “Senza la sua Śakti anche il dio più grande è privo di potenza creativa” -
Lavorando in due il gioco dell'abbandono si fa più facile, ascolti te stesso e ascolti l'altro, il tuo respiro si fonde col suo e la pelle si fa sottile per meglio sentire il gioco dei muscoli. Ci si arrende all'amato come alla gravità e la bellezza, la grazia, sbocciano. Inconsapevolmente. Involontariamente, giacché non c'è volontà nel Gioco della Creazione. Volontà forse, con la maiuscola, ad intendere una Legge che non può essere scritta né detta, ma nel Tantra non c'è spazio per l'io voglio: l'Onda della Bellezza è anarchica e bizzosa. Tu non puoi decidere quando inarcherà la schiena, come un drago antico, per slanciarsi verso il Cielo, verso le stelle, né puoi costringerla a rimanere al tuo fianco, quando il richiamo della sua casa di cristallo si farà risacca. Puoi solo aspettare.
La Bellezza è eterna, proprio perché effimera. Su di Lei il Tempo non ha potere alcuno. Quando arriva la riconosci subito. Il gesto, anche il più banale, si muta in poesia, si fa rotondo, morbido, dolce e sembra che dia luce. Questo è proprio strano. Però accade, nel Tantra. Sarà suggestione, ma quando ti "arrendi" il corpo pare più luminoso e il movimento, anche solo di una mano, disegna l'aria come fosse sabbia. Forse al richiamo della Bellezza, le stelle nascoste in noi, nell'oscura memoria delle cellule, fanno capolino. O magari è il corpo degli amanti a rendere l'aria specchio, e la luce che si vede non è altro che il riflesso della Vita che sgorga dalla pelle, la carne, i muscoli. Quando in una coppia insorge la Danza degli Dei, lo spazio si fa denso e il corpo irradia luce.  Normale per chi prende sul serio i versi antichi dei Veda e dei Purāṇa, straordinario per chi non sa che la Poesia è rivelazione e l'Arte scienza.  Gli dei dormono in noi e come i sogni, si destano al primo sonno. Non il sonno del corpo, intendo, ma l'affievolirsi della presunzione, del credere che la volontà possa dominare la Natura. Basta arrendersi alla saggezza del corpo e gli dei aprono gli occhi (i tuoi occhi!) per mostrarti ciò che è. Non la realtà fantastica e barocca della mente, ma proprio quello che è. La mente umana è golosa di sistemi, calcoli e progetti. Il corpo, invece, vuole solo danzare.

IL KAMASUTRA COME LIBRO SACRO

 



Il "vero" Kāmasūtra è un libro sacro redatto, probabilmente, nel III secolo dell’epoca cristiana da un monaco errante chiamato Vātsyāyana. Dico probabilmente perché la data di stesura dell’opera è incerta: si parla di un periodo compreso tra il I e il V secolo, ma potrebbe anche trattarsi della versione in sanscrito  di un testo molto più antico, 

Secondo la leggenda il Kāmasūtra sarebbe stato rivelato a Vātsyāyana dalla Dea Kāmākhyā (più o meno “colei che dichiara l’Amore”) che gli sarebbe apparsa mentre era in meditazione in una grotta sulle alture di Garo nel Nord Est dell’India. 

Cerchiamo di immaginarci la scena: un asceta prende rifugio in una grotta, medita, digiuna e invoca la Dea. Finalmente, dopo mesi o addirittura anni di fervente preghiera, questa appare e gli detta un manuale di tecniche sessuali…Vi sembra credibile? 

Kāmākhyā è una delle forme della Dea Madre e devo dire che a me pare un po’ strano che la “Regina degli Universi” si sia scomodata per scrivere un trattato sulle posizioni del sesso. Tutto è possibile, per carità, ma è come se la Madonna di Fatima avesse parlato ai pastorelli di ricette di dolci.  

Per quel poco che so di filosofia indiana mi pare uno scenario poco credibile. E infatti se leggiamo con attenzione il Kāmasūtra originale scopriremo che si tratta di un testo “operativo”, pieno di istruzioni pratiche per realizzare la condizione che nello yoga è detta Liberazione, Illuminazione o Stato Naturale.

Gli insegnamenti di Kāmākhyā riguardano la Dottrina delle Vibrazioni, e, a dire il vero, non sarebbero poi troppo difficili da cogliere. Il problema è che noi occidentali siamo più interessati alla copula che alla filosofia realizzativa e quando ci troviamo in mano una edizione del Kāmasūtra, saltiamo senza indugio le descrizioni di vita quotidiana e le parti discorsive, per fiondarci sui capitoli che contengono le pratiche sessuali e le immancabili miniature sconce.


5 Antiche illustrazioni del Kāmasūtra

Sono solo loro, le 64 posizioni, l’unica cosa che ci interessa per davvero.
Quelle posizioni di cui tutti noi, almeno una volta, abbiamo letto, parlato, o sperimentato le possibilità, con imbarazzo, invidia, eccitazione, divertimento o semplice curiosità.

Alcuni, me compreso, si saranno anche chiesti perché diavolo gli indiani si siano inventati maniere tanto stravaganti e talvolta pericolose per le articolazioni, per fare la cosa più naturale del mondo: o il Kāmasūtra, mi dicevo un tempo, è frutto di un'abile strategia di marketing ideata da una lobby di fisioterapisti o il fine delle descrizioni e delle miniature erotiche è diverso da quello che immaginiamo.

Nel Kāmasūtra si parla di otto posizioni fondamentali e di otto varianti per ogni posizione per un totale di 64 posture.
64 come le caselle della scacchiera, 64 come i quadrati in cui è diviso il “Maṇḍala della Rana” uno dei diagrammi sui quali si fonda l’Architettura sacra indiana.


6 Manduka Vastu Mandala


Secondo il Nāmakalāvidyā, o “Scienza dei Nomi delle Kalā",  che sarebbe il il manuale di applicazione degli “Aforismi di Kāma, i due amanti e le diverse maniere di accoppiarsi sarebbero tre gruppi di sillabe dell’alfabeto sanscrito: 


1) Gruppo della "a" (le vocali a ā i ī u ū ṛ ṝ ḷ ḹ e ai o au + anusvara/anunasika e visarga). 

2) Gruppo della "ka" (le consonanti gutturali ka kha ja jha ṅa). 

3) Gruppo della "ca" (le consonanti palatali ca cha ja jha ña). 

4) Gruppo della "ṭa" (le consonanti linguali ṭa ṭha ḍa ḍha ṇa). 

5) Gruppo della "ta" (le consonanti dentali ta tha da dha na). 

6) Gruppo della "pa" (le consonanti labiali pa pha ba bha ma). 

7) Gruppo della "ya" (semivocali ya ra la va). 

8) Gruppo della "śa" (sibilanti śa ṣa sa ha). 

9) Gruppo della "kṣa". 

Questi nove gruppi a loro volta sono divisi in tre categorie: 

- La categoria di "colui che gode" (Fuoco - sillaba kṣa). 

- La categoria del "godimento" (Sole - gruppo delle linguali ṭa ecc.) 

- La categoria degli "oggetti di godimento" (Luna – vocali, gutturali, palatali labiali). 

I corpi degli amanti sarebbero quindi sillabe dell’alfabeto della Creazione, e, insieme, note musicali che, sposandosi tra loro, creano frasi, parole, accordi e melodie che si intonano con ciò che Pitagora definiva “Musica delle Sfere”.

Vātsyāyanacome abbiamo visto, descrive otto posture fondamentali per ognuna delle quali vengono citate otto varianti (in realtà sette più la fondamentale), per un totale di 64 posizioni:

1)    La prima posizione fondamentale è detta l’Ampiamente Aperta.
2)    La seconda è la Sbadigliante.
3)    La terza è la posizione della Regina degli dei, Indrāṇī.
4)    La quarta è l’Avvolgente.
5)    La quinta, la Premente.
6)    La sesta è l’Allacciante.
7)     La settima è l’Intrecciata.
8)    L’ottava infine è detta la Giumenta.

Diamo un’occhiata a quest’ultima, la posizione “della Giumenta”, nota in occidente come Doggy Style:








10 Posizione della Giumenta

In alto, a destra, ho trascritto la sillaba sanscrita LA , non notate una certa qual somiglianza?
Potrebbe essere una coincidenza, ma, come ho già detto, alle coincidenze io non è che ci creda molto. E infatti, osservando le rappresentazioni artistiche delle altre posizioni fondamentali scopriremo ognuna di esse, graficamente, ha delle affinità con particolari dell’alfabeto sanscrito.
Questa ad esempio è la posizione detta “l’Avvolgente”, assimilabile alla sillaba Ī :


 

11 Posizione Avvolgente



Quest’altra invece è la postura detta “Ampiamente Aperta” e corrisponde alla sillaba :


12 Posizione Ampiamente Aperta

Analizzando tutte le posizioni del kāmasūtra non faticheremo a trovare delle corrispondenze tra le 64 posture e le sillabe dell’alfabeto sanscrito.
Le otto posizioni fondamentali, in particolare, corrispondono ad un gruppo di sillabe denominate ashtamātṝkā o “otto Madri[i] della Parola”,considerate così importanti da assumere il ruolo di divinità.


 
13 Le 8 Sillabe e le 8 Posizioni Fondamentali

Per comprendere cosa significhi bisogna considerare il fatto che nel Tantra il corpo dell’Universo, la Materia, è eterna e priva di coscienza ed è rappresentata da Śiva che giace privo di vita (privo di “coscienza) ai piedi della Dea, la Śakti.

Per dare inizio alla manifestazione, ovvero per acquisire coscienza di Sé, deve essere risvegliato dal “Canto della Dea”, ovvero dalla vibrazione.

Ogni sillaba è una particolare vibrazione, una nota del Canto della Dea, che unendosi alla materia, a parti specifiche del corpo (sia il corpo dell’Universo, Macrocosmo, sia il corpo dell’essere umano, Microcosmo), dona coscienza e, quindi, possibilità di godere della vita, della manifestazione.

Le coppie di amanti del kāmasūtra vanno intese quindi come rappresentazioni grafiche di Materia (lo Sposo) ed Energia (la Sposa), e le loro 64 modalità di unione non sono altro  passi della "Danza della Vita", - esattamente come i 64 esagrammi dell’I’Ching - che indicano le mutazioni di materia ed energia nel mondo del Divenire.

Il Suono, secondo i tantrici, ha il potere di organizzare la materia in forme sempre diverse e la Luce è in grado di mostrarci, assieme, la Bellezza della molteplicità e la sostanziale unità dei cose e dei nomi.

Ma cosa significa dal punto di vista della pratica dello yoga, dell’aspirazione alla Beatitudine Suprema?
Se ritorniamo al testo del Nāmakalāvidyā che abbiamo citato in precedenza forse le cose si faranno un pochino più chiare.
Come abbiamo visto le sillabe, di cui le posizioni erotiche sarebbero una rappresentazione artistica, si dividono in tre gruppi corrispondenti al Fuoco (il Soggetto che Gode), la Luna (l’Oggetto di Godimento) e il Sole (il Godimento).
Fuoco, Luna e Sole nel tantrismo vengono definiti “le tre Kuṇḍalinī”.
Nel dettaglio Kuṇḍalinī di Fuoco è Śakti, Kuṇḍalinī di Luna è Śiva e Kuṇḍalinī di Sole è Kāma.
Se adesso sostituiamo al verbo godere il verbo conoscere, avremo che:

-         Śakti è il Soggetto che Conosce.
-         Kāma è l’Azione del Conoscere.
-         Śiva è l’Oggetto di Conoscenza.

L’illuminazione, e quindi l’esperienza della Beatitudine infinita, consiste nel realizzare l’unità di Soggetto di Conoscenza, Conoscenza e Oggetto di Conoscenza.
Ovvero nella comprensione immediata ed intuitiva, attraverso un processo trasformativo definito Samadhi, dell’identità tra “IO” e ciò che ho intenzione di Godere/Conoscere ("Quello", inteso sia come l’Assoluto sia come “quella roba lì”).
Un processo sintetizzato, in sanscrito nei due mahavakya (grandi sentenze) Tat Tvam Asi, Tu sei Quello, e So’Ham, io sono Questo/Questa.

Ritorniamo alla metafora dell’Amore: se io realizzo l’identità con colei che amo, se scopro che “Io sono Lei”, come potrei aver paura di perderla?

Realizzando l’identità tra Soggetto di Conoscenza, Conoscenza e Oggetto di Conoscenza si abbandona il mondo della Dualità, ovvero il mondo del conflitto e della sofferenza.


[i] Questa è la descrizione delle 8 madri secondo gli insegnamenti di Ramana Maharishi(fonte https://ramanan50.wordpress.com):
Brahmani (Sanskrit: ब्रह्माणी, Brahmâṇī) or Brahmi (Sanskrit: ब्राह्मि, Brāhmī) is the Shakti (power) of the creator god Brahma. She is depicted yellow in colour and with four heads. She may be depicted with four or six arms. Like Brahma, she holds a rosary or noose and kamandalu (water pot) or lotus stalk or a book or bell and is seated on a Hamsa (identified with a swan or goose) as her vahana (mount or vehicle). She is also shown seated on a lotus with the hamsa on her banner. She wears various ornaments and is distinguished by her basket-shaped crown called karaṇḍa mukuṭa.
Vaishnavi (Sanskrit: वैष्णवी, Vaiṣṇavī), the power of the preserver-god Vishnu, is described as seated on theGaruda (eagle-man) and having four or six arms. She holds Shankha (conch), chakra (Discus), mace and lotus and bow and sword or her two arms are in varada mudra (Blessing hand gesture) and abhaya mudra (“No-fear” hand gesture). Like Vishnu, she is heavily adorned with ornaments like necklaces, anklets, earrings, bangles etc. and a cylindrical crown called kiriṭa mukuṭa.
Maheshvari (Sanskrit: माहेस्वरी, Māheśvarī) is the power of god Shiva, also known as Maheshvara. Maheshvari is also known by the names Raudri, Rudrani andMaheshi, derived from Shiva’s names Rudra and Mahesh. Maheshvari is depicted seated on Nandi (the bull) and has four or six hands. The white complexioned, Trinetra(three eyed) goddess holds a Trishula (trident), Damaru (drum), Akshamala (A garland of beads), Panapatra (drinking vessel) or axe or an antelope or a kapala (skull-bowl) or a serpent and is adorned with serpent bracelets, the crescent moon and the jaṭā mukuṭa (A headdress formed of piled, matted hair).
Indrani (Sanskrit: इन्द्राणी, Indrāṇī), also known as Aindri, (Sanskrit: ऐन्द्री, Aindrī), Mahendri, Shakri, Shachi’ and Vajri, is the power of the Indra, the Lord of the heaven. Seated on a charging elephant, Aindri, is depicted dark-skinned, with two or four or six arms. She is depicted as having two or three or like Indra, a thousand eyes. She is armed with the Vajra (thunderbolt), goad, noose and lotus stalk. Adorned with variety of ornaments, she wears the kiriṭa mukuṭa.
Kaumari (Sanskrit: कौमारी, Kaumarī), also known as Kumari, Karttikeyani and Ambika[36] is the power of Kumara (Kartikeya or Skanda), the god of war. Kaumari rides a peacock and has four or twelve arms. She holds a spear, axe, a Shakti (power) or Tanka (silver coins) and bow. She is sometimes depicted six-headed like Kumara and wears the cylindrical crown.
Varahi (Sanskrit: वाराही, Vārāhī) or Vairali is described as the power of Varaha – the boar-headed form of Vishnu or Yama – the god of death, has a boar head on a human body and rides a ram or a buffalo. She holds a Danda (rod of punishment) or plough, goad, a Vajra or a sword, and a Panapatra. Sometimes, she carries a bell, chakra, chamara (a yak’s tail) and a bow. She wears a crown called karaṇḍa mukuṭa with other ornaments.
Chamunda (Sanskrit: चामुण्डा, Cāṃuṇḍā), also known as Chamundi and Charchika is the power of Devi (Chandi). She is very often identified with Kali and is similar in her appearance and habit. The identification with Kali is explicit in Devi Mahatmya.[ The black coloured Chamunda is described as wearing a garland of severed heads or skulls (Mundamala) and holding a Damaru, trishula, sword and panapatra. Riding a jackal or standing on a corpse of a man (shava or preta), she is described as having three eyes, a terrifying face and a sunken belly.